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Dejà-vu di Archeologia Proibita

16 ottobre 2013

Archeologia

Una vicenda sconcertante si è consumata di recente nell’ambiente accademico dell’archeologia americana, sulla disputa di un reperto paleoantropologico potenzialmente in grado di stravolgere, non solo le teorie accreditate sugli antichi colonizzatori del Nuovo Mondo, maaddirittura la data della prima comparsa dell’uomo moderno sulla Terra. Nell’estate del 2005 viene ufficializzata la datazione di alcune impronte umane lasciate su cenere vulcanica, rinvenute, due anni prima, da ricercatori facenti capo ad università inglesi: la dr.ssa Silvia Gonzales e i professori David Huddart e Matthew Bennett.

 

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In una cava a circa 130 km da Città del Messico, nel Lago Valsequillo (nei pressi di Puebla), le tracce umane risultano antiche di 38.000 anni. Il team di ricercatori tiene a precisare la molteplicità degli esami effettuati sugli strati sedimentari e sui manufatti rinvenuti nei dintorni (datazione al C14 e risonanza elettronica per resti organici, luminescenza ottica per i sedimenti), per consolidare la portata di un’affermazione alquanto “rivoluzionaria” per l’archeologia americana.

 

 

 

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Sappiamo bene, infatti, che da circa un secolo la teoria egemone del popolamento delle Americhe, prevede l’ingresso dei primi cacciatori siberiani attraverso lo stretto di Bering non prima di 12000 anni fa e il popolamento – praticamente “istantaneo” – dell’intero continente in circa 1500 anni. La datazione della cultura Clovis (dal nome del sito nel New Mexico, in cui si trovano le tracce di utensili affini a quelli asiatici) a 11.000 anni è rimasta per mezzo secolo la coordinata inamovibile della linea di migrazione ufficiale degli uomini preistorici nel Nord America.

 

In realtà da decenni, nell’ambiente accademico, arrivano proposte di revisione dello scenario standard, che non rende conto di altri importanti siti archeologici, localizzati sia nel centro-nord che nel sud-america, rivelatisi contemporanei o più antichi (tra 13.000 e 15.000 anni): Cile (Monte Verde), Messico (Baja California), Perù costiero e le controverse caverne di Pedra Furada in Brasile (con datazioni oscillanti tra 3.000 e 50.000 anni a seconda dei metodi usati). Tanto più che è ormai di pubblico dominio  la lunga storia di soppressione di prove, che ha caratterizzato una ristretta fazione dell’antropologia americana, che si è meritato il soprannome di “mafia di Clovis”. (James Adovasio, in un’inchiesta del settimanale Newsweek, 7/6/1999).

Vi sono poi diverse argomentazioni di carattere antropologico, contrarie alla teoria ortodossa. Le notevoli differenze somatiche degli indigeni americani alle diverse latitudini testimoniano un processo di adattamento che difficilmente si è prodotto in due millenni. Le misure craniometriche sugli scheletri preistorici inaspettatamente collocano gli antichi nordamericani nel gruppo europoide anziché mongoloide (il cosiddetto “Uomo di Kennewick”), e gli antichi brasiliani nel gruppo melanesiano-australoide. Addirittura uno studio comparato sulle popolazioni australi, asiatiche e amerinde – fossili e viventi – ha rovesciato la discendenza tradizionale, evidenziando che le più antiche popolazioni con morfologia di tipo est-asiatico potevano essere originarie delle Americhe (Peter Brown, The first modern East Asians, 2002).

Infine, tra i due continenti che si affacciano sul Pacifico, si evidenziano delle connessioni culturali orizzontali (cioè transoceaniche) più marcate rispetto a quelle “verticali” via terra, come ad esempio, la somiglianza dei nativi della British Columbia con gli Ainu Giapponesi, degli Olmechi con i Cinesi, dei sudamericani con i polinesiani. Non a caso la dr.ssa Gonzales è proprio una sostenitrice della teoria della migrazione costiera, secondo cui dalle coste dell’Asia si poteva giungere in America senza aspettare lo scioglimento del corridoio di Bering.
In definitiva, pur avendo già uno scenario ampiamente favorevole all’innovazione, la nuova data di 40.000 anni potrebbe segnare un nuovo caposaldo per la storia delle grandi migrazioni umane del passato.

A dicembre scorso, però, viene pubblicato su Nature uno studio ancora più sensazionale, le cui conclusioni troviamo condensate in un titolo surreale apparso su Le Scienze: “Datazione svela che le prime impronte umane delle Americhe non sono impronte”. La nuova datazione svolta dall’Università di Berkeley, rivela che la cenere vulcanica sulla quale sono impresse le impronte risale a 1 milione e 300 mila anni fa! La nuova datazione appare incontrovertibile, poiché risulta dalla concomitanza didue metodi indipendenti di stima. La datazione radio-isotopica, effettuata con il metodo Argo/Argo (di validità molto più estesa del C14 utilizzato dal team inglese), fornisce infatti un intervallo compreso fra 1,1 e 1,7 milioni di anni. Contestualmente, si è osservato che l’orientamento dei poli magnetici dei granuli di roccia vulcanica è opposta rispetto a quello attuale, attestando che la solidificazione avvenne in un’epoca in cui il magnetismo terrestre era invertito. Essendo nota la data dell’ultima inversione dei poli – circa 790.000 anni – viene confermato che le impronte non possono essere più recenti di quella data.

Paul Renne, il Direttore del Centro di Geocronologia californiano, valutando le implicazioni di questa sua scoperta deve escludere categoricamente che le impronte siano umane, essendo infatti troppo antiche. Ad invalidare maggiormente le affermazioni di sei mesi prima, nella relazione di Nature viene rimarcata la presenza sul sito di un gran numero di tracce lasciate anche da numerosi altri animali (tra cani gatti e ungulati) e la scarsa continuità delle impronte “umane”, ora sospettate di essere troppo caotiche per formare una normale “camminata”. Anche il celebre paleoantropologo Tim White, si associa a queste considerazioni, concordando che, in assenza di “prove incontrovertibili”, non si può più parlare di impronte di piedi. Troppo problematico sarebbe il tentativo – come extrema ratio – di attribuirle ad un improbabile ominide americano.

La John Moores University di Liverpool ha naturalmente reagito al lavoro di Berkeley, sostenendo che sono le datazioni di questi ultimi a dover essere confermate indipendentemente, poiché l’eterogeneità dei depositi e la complessità delle eruzioni vulcaniche che si sono succedute a Valsequillo, rendono inaffidabile il metodo dell’Argo. La vicenda a questo punto assume anche i connotati di una “questione nazionale” a colpi di finanziamenti, dato che la dr.ssa Gonzalez intende ritornare sul sito alla ricerca di prove incontrovertibili della sua scoperta, con un budget di 370 mila dollari dal Natural Environment Research Council britannico.

La questione è sconcertante, sia dal punto di vista tecnico che epistemologico. Non solo abbiamo di fronte due conclusioni nettamente discordanti, suffragate ognuna da un set di dati e misure rispondenti a criteri di scientificità (fatto non del tutto sorprendente nell’ambito della ricerca, in cui molte condizioni al contorno sono ignote e possono essere ricostruite solo dopo una lunga storia di indagini). Ma abbiamo qualcosa di più grave: l’essenza dell’oggetto indagato dipende, in ultima analisi, dalla sua età. Siamo di fronte alla dimostrazione pratica dell’acuto aforisma di Einstein: “La teoria determina ciò che osserviamo”. In altre parole quel determinato reperto, quando viene ritrovato in un contesto stratigrafico riconosciuto dal modello dominante e da una maggioranza dei membri della comunità scientifica, viene catalogato come prodotto dell’attività umana, altrimenti viene fatto risalire all’azione di agenti fisici naturali oppure attribuito a qualche altro animale od ominide. Che tipo di scienza è quella in cui un reperto apparentemente riconoscibile – un’impronta di piede  – può passare dalla categoria umana a quella “non umana” nel giro di sei mesi? Che tipo di ricerca è quella che non riesce a definire in maniera univoca gli oggetti delle sue indagini? Quali garanzie abbiamo allora che le impronte di Laetoli, in Tanzania, siano state veramente lasciate dai nostri antenati austraolopiteci 3,6 milioni di anni fa?

Il comunicato di risposta degli specialisti di Liverpool (http://www.mexicanfootprints.co.uk/) rimarca in particolare il fatto che non si possono cancellare improvvisamente le osservazioni effettuate, solo perchè le datazioni non sono in accordo con i modelli prestabiliti per il popolamento delle Americhe (non dovrebbe essere la teoria a essere rivista quando si scoprono nuove evidenze?). Gli scienziati ricordano ai loro colleghi che da quarant’anni lo studio di quella stessa regione del Messico ha prodotto datazioni controverse, tra cui spicca quella fornita dalla geo-cronologa Virginia Steen-McIntyre negli anni ’70: alle famigerate ceneri vulcaniche (ergo alla presenza umana attestata dai manufatti di Hueyatlaco) veniva attribuita un’età attorno ai 300.000 anni. All’epoca tale risultato venne ritenuto dai colleghi del tutto “impossibile” e la relativa pubblicazione affossata.

Virginia Steen McIntyre: dove ne abbiamo sentito parlare? In un lavoro fondamentale, noto ad una ristretta cerchia di addetti ai lavori. Stiamo parlando di Archeologia Proibita di M. Cremo e R. Thompson, accurato  catalogo dei reperti umani derubricati dalle collezioni archeologiche perché “impossibili” secondo i parametri vigenti della paleoantropologia. Il caso Steen-McIntyre, recente e con i testimoni ancora in vita, era uno dei più freschi esempi del metodo adoperato da una certa archeologia di fronte alle anomalie: la soppressione delle prove, la censura scientifica, l’isolamento da parte dei colleghi.

Tra l’altro questa scoperta fa il paio con un’altra, effettuata negli anni ’60 sul versante canadese dei Grandi Laghi (Sheguiandah), dove la stratigrafia dei sedimenti glaciali diede come verdetto un’età di 70.000 anni per una serie di strumenti litici dell’industria di H. Sapiens, di cui oggi non si ha più notizia (Thomas Lee, Museo Nazionale del Canada).
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Nel frattempo, nello stesso mese di dicembre, sempre su Nature, compare ciò che viene presentata come la più antica evidenza di attività umana nel nord Europa. Sulle coste orientali dell’Inghilterra (a Pakefield nel Suffolk), sono emerse selci scheggiate di 780.000 anni fa, in un’epoca in cui l’area doveva essere libera dai ghiacci e collegata al continente da un ponte di terra. La datazione, ottenuta in base al contesto stratigrafico dei sedimenti glaciali e dai resti contestuali di fauna, ne fa il più antico insediamento pleistocenico riconosciuto a nord delle Alpi e dei Pirenei, retrodatando di 300.000 anni l’ingresso di “esseri umani” a latitudini così alte.

Nella ricostruzione prudenziale che è stata fatta da Chris Stringer del Natural History Museum di Londra, gli esseri umani in questione, di cui non sono stati trovati resti ossei, non possono essere altro che parenti della variante europea di Homo erectus, spintisi stagionalmente nelle lande nordiche, nel periodo interglaciale di 700.000 anni fa. All’epoca il clima della zona (come testimoniano i resti di mammiferi), doveva essere simile a quello mediterraneo attuale; anche se è apparentemente contraddittoria la concomitanza del livello marino più basso di 100 metri, che è invece una condizione glaciale.

 

 

La prudenza è motivata dal fatto che all’Homo erectus non si attribuisce la capacità tecnologica di sopravvivere al grande freddo (cioè di vestirsi e di accendere un fuoco). Fatto incomprensibile visto che il ramo neandertaliano della stessa famiglia aveva appunto una fisionomia adatta per il clima sub-polare. Ci sarebbe molto da dire sull’abituale sottovalutazione delle capacità dei nostri antenati. Ricordiamo che lo scenario evolutivo standard pretende che gli erectus africani abbiano percorso circa 8000 chilometri in un milione di anni, attraversando il cuore dell’Eurasia, stanziandosi nei paesi Baschi e in Germania nel medio pleistocene, dando luogo a quelle varietà umane (H. sapiens arcaico, H. heidelbergensis, H. antecessor, H. Neanderthalensis) la cui posizione tassonomica è ancora oggetto di dibattito (sottospecie separate, oppure semplici razze di una grande famiglia umana?). Alla luce delle recenti scoperte di esemplari di Homo “inclassificabili”, come quello georgiano di 1,8 milioni di anni e quello insulare dell’isola Flores (vedi Lo strano caso dell’antenato pigmeo – Hera), non può certo destare sorpresa la presenza di uomini pleistocenici a latitudini poco più a nord di Heidelberg.

La vera notizia (a parere dello scrivente), è invece il fatto che i ricchissimi depositi fossiliferi dell’Anglia orientale restituiscano reperti umani dopo ben 80 anni di silenzio. Caso vuole che proprio il Suffolk sia uno dei giacimenti più ricchi di reperti “proibiti” dell’archeologia europea: in un periodo compreso tra la seconda metà dell’800 e gli anni ’20 del ’900, fu ritrovato ogni tipo di testimonianza di un’antichissima presenza umana: paleoliti primitivi, pietre scheggiate di tipo musteriano, ossa animali intagliate, una mascella (Foxhall), uno scheletro completo. La maggior parte dei fossili, documentati da J. Reid Moir, essendo inseriti nella formazione delle argille plioceniche di “Red Crag”, venivano datati almeno a 2 o 3 milioni di anni. Lo scheletro di Ipswich in particolare, pur trovandosi nelle più recenti argille glaciali (300-400 mila anni) poteva diventare il più antico uomo anatomicamente moderno europeo. Invece le datazioni “scandalose” furono argomento sufficiente a rendere indesiderata l’intera mole di reperti che, nelle relazioni posteriori, vennero quasi tutti attribuiti a sepolture recenti o, peggio, “spiegati” come il risultato dell’azione erosiva, fluviale o glaciale.

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E’ suggestivo notare che gli “inequivocabili segni di lavorazione umana”, “non confondibili con azioni naturali come quelle prodotte nel trasporto dei ciottoli fluviali”, portino oggi al dr. Stringer il merito di una scoperta importante, mentre non bastarono al prof. Moir per superare la censura dei suoi ottusi colleghi.
Il destino incrocia di nuovo gli stessi strati geologici che diedero alla luce i fantasmi di Archeologia Proibita: la presenza inequivocabile di Homo sapiens nel Pliocene (fino a 5 milioni di anni) e di manufatti identici a quelli dell’industria paleolitica nel Miocene (fino a 25 milioni di anni). Eppure si tratta di un lavoro sostanzialmente ignorato sia dai ricercatori ortodossi che da quelli “alternativi”.

 

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Bisognerebbe sfruttare questo insperato Dejà-vu per fare breccia nel mondo della ricerca paleoantropologica e riaprire il dibattito scientifico sulla lunga storia di 150 anni di insabbiamento riportata alla luce da Michael Cremo. Potrebbe nascere, nel XXI secolo, un caso archeologico capace di demolire alle fondamenta il dogma dell’evoluzione africana recente. Il caso messicano mette in luce il vecchio modus operandi dell’ortodossia scientifica: auto-referenziale e inattaccabile. Il caso inglese può fornire un richiamo per una nuova generazione di ricercatori che abbia il coraggio di andare a cercare negli strati più bassi, dove devono ancora trovarsi un’infinita di reperti umani.

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