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I misteri del Mercurio

7 agosto 2013

Scienza e Tecnologia

Fra gli antichi documenti scritti riguardanti aeroplani, forse i più completi sono quelli del Mahabharata che, sebbene considerato scritto nella sua forma attuale nel 1500 avanti Cristo, fu evidentemente copiato e ricopiato fin dalla più remota antichità. Il poema parla delle gesta degli dei e degli antichi popoli dell’India, ma contiene anche una tale ricchezza di particolari scientifici che, quando fu tradotto per la prima volta nel diciannovesimo secolo, i traduttori non riuscirono ad afferrare il senso dei riferimenti ad aeroplani e razzi a propulsione, perché i meccanismi descritti migliaia di anni prima sarebbero riapparsi, nei tempi moderni, soltanto centocinquant’anni dopo. Molti dei versi del Mahabharata, dedicati a macchine volanti chiamate vimanas,contengono particolareggiate informazioni sui principi per costruirle, che avevano creato una grande confusione d’idee nei traduttori.

In un altro testo indiano antico, il Samarangana Sutradhara, sono discussi estesamente i vantaggi e gli svantaggi di diversi tipi di aeroplani, con le loro relative capacità di ascesa, discesa e velocità di crociera; e, oltre a una descrizione della fonte di energia, il mercurio, il testo contiene raccomandazioni riguardanti i tipi di legno e di metalli leggeri e assorbenti calore, adatti per la costruzione di aeroplani. Vi sono anche dettagli informativi su come fotografare piani del nemico, sui metodi per determinare i suoi sistemi di approccio, sui mezzi per rendere incoscienti i suoi piloti, e, infine, per distruggere i vimanas nemici.

In un altro antico classico indiano, il Ramayana, esistono curiose descrizioni di viaggi in aeroplano, migliaia d’anni fa. I particolari delle vedute sopra Ceylon e sopra parti della costa indiana sono scritti con tanta naturalezza e sono così simili a quelli che si vedono oggi, i frangenti sulle spiagge, la curva della terra, i pendii delle colline, l’aspetto delle città e delle foreste, da convincere quasi il lettore del fatto che qualche viaggiatore aereo dei tempi antichi abbia visto davvero la terra dal cielo, invece d’immaginarla. In un’epitome contemporanea del Ramayana, la Mahavira Charita, l’eroe buono Rama, al suo ritorno da Lanka, dove ha appena salvato sua moglie Sita, riceve in dono un vimana speciale, descritto così: “Senza ostacoli al movimento, in grado di mantenere la velocità desiderata, perfetto nei controlli, sempre obbediente alla volontà (di chi lo guida) fornito di salottini con finestre e di ottimi sedili…”, un caso in cui un classico antico si presenta come un annunzio pubblicitario moderno per l’Air India. Nello stesso testo troviamo un dialogo particolarmente sbalorditivo, se teniamo presente che precede di parecchie migliaia d’anni la realtà dei viaggi spaziali, e anche la constatazione di come appaiono le cose nello spazio.

Rama: “Sembra che il movimento di questo eccellentissimo veicolo sia cambiato “.
Vishishara: ” Ora questo veicolo sta allontanandosi dalle vicinanze del centro del mondo “.
Sita: ” Come mai questo circolo di stelle appare… perfino di giorno? “
Rama: ” Regina! È davvero un circolo di stelle, ma a causa dell’enorme distanza noi non possiamo scorgerlo durante il giorno, perché i nostri occhi sono offuscati dalla luce del sole. Ma ora, con l’ascesa del veicolo, questo non ha più ragion d’essere… (e così noi possiamo vedere le stelle) “.

Queste descrizioni potrebbero essere memorie di un’antichissima civiltà tecnicamente progredita, oppure soltanto fantasie paragonabili a quelle di certi attuali scrittori di fantascienza dotati di una grande immaginazione: in, ogni caso, alcuni di questi resoconti sembrano stranamente contemporanei, escluso il materiale usato come fonte di energia per l’aeroplano (che però potrebbe essere un errore d’interpretazione del testo originale): “Nell’interno bisogna mettere il motore a mercurio, e sotto di esso il suo apparecchio di riscaldamento in ferro. Per mezzo dell’energia potenziale del mercurio, che mette in moto il turbine d’aria propellente, un uomo seduto nell’interno può viaggiare a grandi distanze nel cielo… perché i contenitori di mercurio devono essere costruiti dentro la struttura interna. Quando questi vengono scaldati da un fuoco controllato, il vimana sviluppa, attraverso il mercurio, una potenza di tuono… Se questa macchina di ferro con giunti opportunamente saldati è riempita di mercurio e il fuoco è incanalato nella parte superiore, sviluppa un’energia con un ruggito da leone… e d’un tratto diventa come una perla nel cielo”.

Il tumulo funerario di Sce Huang-ti (o Ts’in Sce Huang-ti), l’« imperatore giallo », alto 48 metri all’epoca della scoperta da parte della spedizione Segalen, è a cinque piani e misura 350 metri di lato, con un volume di 1.960.000 metri cubi, il che lo rende, per imponenza, il quarto monumento del mondo, dopo la piramide messicana di Cholula e quelle egizie di Cheope e di Chefren. «Le serissime cronache dello storico Sseu-ma Ts’ien (135-85 a.C.), citato abbondantemente e molto apprezzato dai sinologi », scrive Patrick Ferryn, « ci hanno lasciato informazioni più che curiose a proposito di questo monumento». Eccone un estratto.
« Sce Huang-ti riuniva nelle sue mani tutto l’impero. I lavoratori che furono mandati alla costruzione del sepolcro erano in numero di oltre 700 mila. Si scavò il suolo fino all’acqua, vi si colò del bronzo e vi si portò il sarcofago. Palazzi, edifici per tutte le amministrazioni, utensili meravigliosi, gioielli ed oggetti rari furono trasportati e sepolti. Degli artigiani ricevettero l’ordine di fabbricare balestre e frecce automatiche: se qualcuno avesse voluto fare un buco ed introdursi nella tomba, gli avrebbero tirato subito addosso. Un vero palazzo sotterraneo si ergeva là dove ruscelli di mercurio disegnavano fiumi eterni: delle macchine li facevano colare e li trasmettevano gli uni agli altri. In alto c’erano tutti i segni del cielo, in basso tutte le disposizioni geografiche. Si fabbricarono con grasso di foca torce che si calcolava dovessero durare parecchio tempo. […]. Venne poi posta sul tumulo della vegetazione, in modo da farlo assomigliare ad una montagna ». […]
Tombe a parte, sono stati rinvenuti nel deserto di Gobi alcuni oggetti che testimoniano l’esistenza di un’antica civiltà. Ci limiteremo a citare, tra questi, perfette carte celesti di 20 mila anni fa e dipinti
rappresentanti in modo inequivocabile indiani dell’America meridionale, portati alla luce dall’archeologo britannico Aurel Stein con alcuni vasi di argilla contenenti mercurio.
Al mercurio abbiamo accennato varie volte nel corso di questo capitolo. Ma a che cosa potrebbe essere servito quello di Gobi? Lo scrittore Jacques Bergier non esclude che da tale metallo qualcuno sia potuto partire per produrre energia nucleare ed affaccia l’ipotesi che l’antichissima cultura di Gobi sia stata distrutta da una di quelle tremende guerre combattute con veicoli aerei ed esplosivi d’inaudita potenza di cui parlano i testi sacri indù. Non vogliamo correre con la fantasia, ma dobbiamo notare che nel deserto s’incontrano, come osservano anche gli studiosi sovietici, vaste regioni di terra vetrificata alla lettera. Il pittore Nicolas Roerich, che esplorò queste regioni dal 1920 al 1925, narra di aver visto un’aeronave metallica levarsi da una valle. E questo ben prima che si cominciasse a parlare di UFO.
« Partita da Darjeeling, in India », scrivono Jacques Bergier e Paul Chwat, « la sua spedizione attraversò l’Himalaya, l’altipiano tibetano e la catena montana di Kun-Lu, per poi inoltrarsi nel Gobi. Nella carovana un pony portava un cofano contenente una misteriosa pietra “la cui radiazione è più forte di quella del radium, ma di un’altra frequenza” (?). Si sarebbe trattato di un frammento caduto dal cielo, conservato, secondo Andrew Tomas, in un tempio di Shambhala».

 

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